4 miti da sfatare sull' Influencer Marketing e cosa sapere per progettare le tue strategie

Negli ultimi anni il mercato dell’Influencer Marketing in Italia ha visto un incremento consistente degli attori che vi operano, dei volumi e degli investimenti, che potrebbero raggiungere i 241 milioni di euro a fine 2019, secondo una recente indagine di Publicis Media.

Si tratta insomma a tutti gli effetti di una parte importante delle strategie di comunicazione integrata per moltissimi brand. Gli obiettivi connessi sono soprattutto di awareness e appeal, per raggiungere un target diretto e una community reale che viene ingaggiata grazie alla credibilità che attribuisce a un ambassador.

Ciò che determina l’autorevolezza degli influencer nel loro rapporto con la community è quindi la chiarezza e la trasparenza.

Proprio a questo aspetto sono legate dinamiche in continua evoluzione che è bene comprendere sia dal lato degli utenti, sia dal lato del brand per sviluppare campagne di comunicazione efficaci e senza rischi.

La digital media company Show Reel Agency ha recentemente proposto un elenco di falsi miti da sfatare intorno all'Influencer Marketing e per saperne di più abbiamo fatto quattro chiacchiere con Laura Gusmeroli, Client Director di Show Reel.

1. Collaborazioni con i brand: la differenza tra #adv, #suppliedby e #giftedby

A partire dalla metà del 2019, soprattutto nel mondo di Instagram, sono emerse non poche azioni da parte di alcuni dei principali influencer nell’esortare i colleghi all’utilizzo degli hashtag #adv, #suppliedby, #giftedby per segnalare la condivisione di contenuti frutto di una collaborazione con un brand. Una missione nobile, anche se non sempre puntuale nell’elaborazione.

Ciò che è più importante sottolineare è che attualmente l’unica normativa esistente in materia è il Codice del Consumo, che vieta la produzione e divulgazione di pubblicità occulta o ingannevole. Questo riguarda ogni forma di pubblicità, ma non tematizza in modo specifico l’area della comunicazione commerciale operata sul web.

Si è sviluppata così una sorta di esigenza di autoregolamentazione da parte di alcune associazioni di categoria, sottoscritta dalla maggior parte dei player. La proposta è stata quella di una sorta di netiquette basata sugli hashtag #adv, #suppliedby e #giftedby per rendere questo tipo di comunicazioni più trasparenti agli occhi degli utenti. La cosa fondamentale è indicare in modo inequivocabile quando un contenuto è prodotto a fini commerciali.

La distinzione tra hashtag quindi è puramente convenzionale e non rispetta alcuna legge specifica, tant’è che un altro modo per dichiarare le collaborazioni è l’utilizzo del branded content tool che le piattaforme social da qualche tempo hanno implementato. Non esiste, infatti, alcuna distinzione reale tra collaborazioni pagate e scambi merce (es. prodotti omaggio, offerta di viaggi o servizi), perché di fatto costituiscono sempre una comunicazione commerciale dato che comunque hanno un corrispettivo valore economico.

Se c’è una connessione di qualunque genere all’impresa è necessario essere trasparenti. «Il patto che viene creato tra l'influencer e la propria community, sul quale si basa anche un impegno di costruzione del contenuto, oltre che di relazione, è fondamentale per avere un rapporto di fiducia - ci spiega Laura Gusmeroli di Show Reel -, ma serve anche per misurare l'influenza che ha il talent verso il il prodotto stesso che promuove. Più si spiega il prodotto e la collaborazione in modo chiaro e trasparente, infatti, più il ritorno sul contenuto della campagna del brand diventa pertinente.

Dunque anche quando gli utenti non se ne interessano, è l'influencer stesso a poter fare un passo in avanti dal punto di vista educational, per aiutare la sua community a capire quando parla di prodotti che gli interessano in modo spontaneo e quando invece esiste una collaborazione retribuita con un brand.

Naturalmente tutte le collaborazioni degli influencer dovrebbero riguardare prodotti in cui crede e di cui si fida. Se il contenuto che viene promosso dall'influencer rimane in linea con il proprio modo di comunicare, con il proprio tono di voce e viene fornito un contenuto di valore, non ci sono differenze neanche in termini di engagement tra un contenuto editoriale e uno branded».

2. I giveaway vanno regolamentati

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